HYBRID SKILLS

Sviluppare la contaminazione dei saperi per affrontare la complessità del mondo

Nel 2019 si è celebrata la ricorrenza cinquecentenaria della morte di Leonardo da Vinci. Ricordiamo che l’uomo, considerato uno dei più grandi geni dell’umanità, fu scienziato, filosofo, architetto, pittore, scultore, disegnatore, trattatista, scenografo, matematico, anatomista, botanico, musicista, ingegnere e progettista.

Perché ricordarlo?

Alessandro Baricco in un articolo pubblicato il 22 marzo 2021 dal titolo “Mai più, terza puntata” scrive. <<… Il culto del sapere specialistico. È utile ricordare che gli umani non l’hanno sempre avuto. Un greco del V secolo, un monaco medioevale o un erudito del Rinascimento avrebbero fatto fatica ad accettare che a difenderli da una pandemia potesse essere un virologo che aveva studiato solo virus. Neanche l’idea di un medico, puro e semplice, li avrebbe entusiasmati. Adesso questa posizione ci sembra infantile e perdente, ma solo perché veniamo da almeno due secoli di mitizzazione della scienza. In realtà, quei tre uomini intuivano, ognuno a modo suo, che qualsiasi porzione del reale fa parte di un sistema più complesso e che l’unico sapere utile è quello capace di muoversi nell’intero sistema, non solo in alcune sue parti. Per un simile modo di intendere il sapere, un medico incapace di conoscere il nome delle piante e riconoscere una bella poesia era poco più che un tecnico scarsamente autorevole. Se la cosa vi sembra immatura chiedetevi questo: dai vostri attuali arresti domiciliari, cosa dareste perché a orientare le politiche governative di contrasto alla Pandemia ci fossero anche un filosofo, un matematico, un antropologo, uno psicologo, un botanico, un poeta e uno storico? Io molto>>.

Per chi si occupa di organizzazioni, il ricordo di Leonardo da Vinci e la riflessione posta da Baricco assumono oggi tutta la loro rilevanza. Tema di significativa centralità è infatti: quali competenze devono possedere le persone per rispondere alle sfide di una realtà che sempre più ci ricorda di essere un sistema complesso. Ha ancora valore solo una profonda ed esclusiva specializzazione?

Oppure è necessario avere persone che potremmo definire “ibride”?

La parola “ibrido” indica un individuo animale o vegetale proveniente da un incrocio di genitori appartenenti a razze diverse (i meticci) o a specie diverse (il bardotto, derivante dall’incrocio tra un cavallo e un’asina). Ma cosa significa avere competenze ibride in ambito lavorativo? 

Esse rappresentano la combinazione e l’integrazione di saperi, di abilità tecniche e relazionali. Come avveniva nel Rinascimento, non a caso richiamato da vari autori contemporanei.

Frans Johansson nel suo libro “Effetto Medici” mette in luce come i Medici, nella Firenze del XV secolo, seppero mettere in connessione saperi differenti facendo sì che le migliori menti dell’epoca si ritrovassero alla corte medicea, contaminandosi a vicenda e generando grandi capolavori artistici e innovazioni scientifiche senza eguali.

Nell’ambito della professione manageriale, uno dei primi riferimenti al concetto di Hybrid Manager lo troviamo in un articolo del 1991 scritto dal ricercatore David Guest. Guest mette in evidenza che un manager ibrido dovrebbe coltivare una pluralità di interessi, rappresentando così una variante attuale dell’uomo rinascimentale capace di impiegare le conoscenze provenienti da discipline diverse.

Sempre nel suo articolo, Guest diffuse il concetto di T-shaped, le persone a forma di T. Se uno specialista conosce e sa fare molto bene una sola cosa, e il generalista si dedica a molte cose ma spesso in modo superficiale, la persona T-shaped integra questi due aspetti possedendo almeno una competenza approfondita in un settore, ma anche conoscenze in altri ambiti.

Rispetto agli iper-generalisti i T-shaped sanno trovare un punto di sintesi tra profondità e vastità,

Pensiamo all’attuale mercato del lavoro caratterizzato dalla digitalizzazione che è molto più flessibile rispetto ai mercati ai quali eravamo abituati. In questo contesto essere una persona T-shaped è sempre più un punto di inizio che di arrivo. Quest’ultimo è rappresentato da un’altra figura simile a un pettine che identifica la persona Comb-shaped: la persona multidisciplinare per eccellenza. Sempre più ricercato dalle aziende, in virtù della sua capacità di muoversi in ampiezza come un T-shaped, e allo stesso tempo in grado di calarsi in profondità in più discipline. Quindi, una persona capace di fare dell’ibridazione un punto di forza.

Ad avvalorare l’evoluzione verso le competenze ibride nel mondo del lavoro, valgono gli studi di Burning Glass Technologies, società americana di data analytics che raccoglie, processa e classifica milioni di dati di un mercato del lavoro in continua evoluzione. I suoi studi mettono in evidenza che oggi un lavoro su quattro mostra segni di ibridazione.

Già una ricerca del 2016 condotta dalla Bentley University (Massachusetts) dimostrava che su oltre 24 milioni di offerte di impiego, si richiedevano competenze di altra natura e del tutto diverse rispetto a quelle che tradizionalmente venivano abbinate ad ogni tradizionale attività.

Questa necessaria ibridazione è stata accelerata dall’innovazione tecnologica che ha ampliato la contaminazione tra discipline e settori diversi. Le professioni digitali di ultima generazione come il data scientist e il growth hacker (il marketer che sfrutta i dati digitali per trovare soluzioni di crescita) sono Comb-shaped. Le professioni digitali sposano la multidisciplinarietà e le contaminazioni tra mondi e saperi diversi

In conclusione, possiamo affermare che la capacità di ibridare se stessi e l’ambiente nel quale si opera sia oggi una competenza rilevante per garantire la sostenibilità futura di ogni organizzazione.

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