SOSTENIBILITÀ? RIPRENDIAMO ANTONIO GENOVESI

Sostenibilità è una parola molto utilizzata, negli ultimi tempi, in tutti gli ambiti. 

Una sensibilità indubbiamente in crescita e tradotta in azioni concrete con diverse modalità a seconda del paese, del mercato di riferimento, dei valori fondanti ogni singola organizzazione. 

D’altronde, nel valutare un investimento, sempre più frequentemente, vengono presi in considerazione anche i criteri ESG (Environmental, Social, Governance); criteri impiegati in ambito economico per analizzare un investimento non solo dal punto di vista puramente economico, ma anche considerando l’ambiente, la realtà sociale e gli aspetti di governance. Sempre maggiori investitori sono attenti al rispetto di questi principi che vedono un interesse da parte della società mai visto prima d’ora.  Al di là degli adempimenti previsti dalle leggi e dei cambiamenti indotti dalle scelte delle persone, in particolare le generazioni più giovani, sarebbe però opportuno anche chiedersi se l’attuale modello economico sia in grado di offrire risposte efficaci per costruire un futuro sostenibile. 

Un legittimo dubbio alla cui risoluzione l’Italia potrebbe offrire un importante contributo a patto di scavare nel nostro patrimonio.  Invece di dedicarci, sempre e solo, a compilare un elenco variegato, fatto anche di luoghi comuni, delle mancanze del nostro paese, dovremmo con coraggio riconoscere la mancanza più rilevante: esserci dimenticati di una profonda radice di alta qualità e di grande attualità.  Non dimentichiamo che dagli artigiani medioevali a Leonardo, da Evangelista Torricelli a Intieri, l’Italia era stata (ed è ancora) capace di sviluppo economico e civile ogniqualvolta ha saputo unire sapere pratico e sapere intellettuale, quando la speculazione ha servito la vita e il benessere delle persone. 

Portiamo alla luce, allora, questa radice e il nostro paese potrà svolgere un ruolo rilevante nella progettazione di un mondo sostenibile e migliore.  Questa radice ha un nome, Antonio Genovesi, che ha generato un robusto fusto, l’umanesimo italico e uno splendido ramo, la visione del mercato dell’Economia Civile.  Antonio Genovesi nacque il 1° novembre 1713 a Castiglione (oggi Castiglione del Genovesi), piccolo paese del salernitano. Studiò filosofia frequentando le lezioni di Vico, il cui pensiero sarebbe diventato una fonte di ispirazione anche nella sua produzione economico-sociale. 

Tra il 1765 e il 1769 pubblicò la sua opera più importante: le Lezioni di economia civile che rappresentarono lo sviluppo degli Elementi di commercio del 1757.  Genovesi visse e operò nella stessa epoca di Adam Smith, il filosofo scozzese al quale normalmente si riconosce la paternità dell’economia moderna. Entrambi furono prima filosofi e poi economisti, entrambi moderni e quindi critici del mondo feudale, e convinti che il mercato avrebbe contribuito decisamente alla costruzione di un mondo più egualitario e libero.  I due autori ebbero, però, diverse radici culturali che si tradussero anche in una diversa visione dell’economia.  Genovesi era legato alla nozione dell’uomo come animale sociale e, quindi, con la tradizione aristotelica che prese corpo in modo definitivo con la filosofia di San Tommaso d’Aquino il quale affermava che solo perseguendo il bene comune si può arrivare al bene individuale. San Tommaso identificò il bene con la perfezione, che è la pienezza dell’essere e, in quest’ottica, l’essere umano non può raggiugerla prescindendo dalla società. 

Smith, invece, più ispirato dal paradigma di Hobbes per il quale homo, homini lupus vedeva sì l’individuo come protagonista del nuovo mondo ma riteneva che il bene comune, la ricchezza e il benessere delle nazioni non fossero un’attività da lasciare ai singoli individui, i quali è bene che non pensino al bene comune quando agiscono nei mercati: Non ho mai visto fare niente di buono da chi si prefiggeva di operare per il bene comune (1776).  Un pensiero per certi versi realistico ma certamente pessimista e cinico, che si tradusse nel delegare ogni istanza alla ‘mano invisibile e impersonale dei mercati e alla mano visibile dei governi.  Genovesi era un esperto, non meno di Smith, di sentimenti e di passioni umane (vi aveva dedicato un trattato, la Diceosina, nel 1766, che è uno dei primi libri dove si parla di diritti fondamentali dell’uomo, con importanti riferimenti anche agli animali). Quindi, non possiamo attribuirgli una visione ingenua dell’essere umano ma era profondamente convinto che la persona fosse il prodotto di un equilibrio di due tipi di forze, quelle ‘concentrive’ (autointeressate) e quelle ‘diffusive’ (prosociali), entrambe primitive e sempre presenti.  Per Genovesi la persona è una realtà costitutivamente relazionale, fatta per vivere di reciprocità. Da qui la sua idea di mercato come ‘mutua assistenza’, una intuizione originale che oggi sta vivendo una nuova giovinezza, e non solo in Italia. 

Ci sentiamo di affermare che per rendere la sostenibilità non una semplice buona intenzione ma un indirizzo concreto per garantire la sopravvivenza delle nostre società, il messaggio di Genovesi sia ancor più attuale oggi che nel Settecento, quando prevalse l’Economia Politica di Smith, e si eclissò l’Economia civile di Genovesi.  Un messaggio che mette in luce come l’economia non sia mai eticamente neutrale proprio perché attività umana: l’economia se non è civile è semplicemente incivile. Se l’impresa crea posti di lavoro, se rispetta l’ambiente, i lavoratori, la società, se migliora beni e servizi, è civile; se non lo fa è incivile, non si dà la possibilità di una terza via.  Antonio Genovesi è una delle più belle espressioni della tradizione italiana e mediterranea, che ci ricorda che esiste una nostra eccellenza che non nasce dall’imitazione di altri modelli e umanesimi nordici o americani, ma dal mettere in moto il genio italiano frutto di secoli di meticciato, di incroci e incontri tra popoli e culture.  Gli eredi migliori di Genovesi sono il mondo della cooperazione, i distretti del ‘made in Italy’, la finanza etica, il turismo sostenibile e la buona agricoltura, e tutte quelle esperienze civili capaci di mettere a sistema e a reddito relazioni, gratuità, storia, di generare valore dai valori.  

Genovesi morì nel 1769 mentre il suo sistema di pensiero era ancora in pieno svolgimento. Con lui, però, non morì la sua visione dell’economia che si limito a diventare un fiume carsico che oggi val la pena di riportare in piena luce per la sua compiutezza nell’affrontare questi tempi di crisi nei quali il richiamo all’etica in economia e il bisogno di immaginare nuove virtù del mercato, più sociali e meno individuali, sono particolarmente urgenti come lo erano ai suoi tempi: 

Sto ora a far imprimere le mie Lezioni di commercio in due tometti … Il mio fine sarebbe di vedere se potessi lasciare i miei Italiani un poco più illuminati che non gli ho trovati venendovi, e anche un poco meglio affetti alla virtù, la quale sola può essere la vera madre di ogni bene. E inutile di pensare ad arte, commercio, governo, se non si pensa di riformar la morale. Finché gli uomini troveranno il lor conto ad essere birbi, non bisogna aspettar gran cosa dalle fatiche metodiche. N’ho troppo esperienza (Autobiografia, lettere e altri scritti, 1765, edizione a cura di G. Savarese, 1962, p. 168). 

Federico Castelletti Cazzato 

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